Il cucchiaio di Toti

Non s’imbroncia di malintesi e di stizze, e nel soprassalto invidioso dei nervi risponde con intelligenza d’aziendalista rotondo: è uomo Mediaset e parla la lingua di Mediaset, esprime la logica fasciante del Cavaliere quando è ad Arcore, a casa, con Marina e Pier Silvio, con Fedele Confalonieri e Ennio Doris. E dunque Giovanni Toti, lui che poteva sembrare un olgettino nascente (o già declinante), e per giunta in tutina bianca, intervistato dal Corriere della Sera ieri ha invece rivelato un passo garbatamente diplomatico, una notevole capacità comunicativa (e dissimulativa). Leggi anche Cerasa Le mosse di Renzi per non trasformare in un pacco il patto con il Cav. - D’Alema, la resistenza, Renzi e quella promessa: “Vedrete, quello lì lo batterò”
5 AGO 20
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Non s’imbroncia di malintesi e di stizze, e nel soprassalto invidioso dei nervi risponde con intelligenza d’aziendalista rotondo: è uomo Mediaset e parla la lingua di Mediaset, esprime la logica fasciante del Cavaliere quando è ad Arcore, a casa, con Marina e Pier Silvio, con Fedele Confalonieri e Ennio Doris. E dunque Giovanni Toti, lui che poteva sembrare un olgettino nascente (o già declinante), e per giunta in tutina bianca, intervistato dal Corriere della Sera ieri ha invece rivelato un passo garbatamente diplomatico, una notevole capacità comunicativa (e dissimulativa). “Non me ne frega niente degli incarichi, di fare il segretario o il coordinatore unico. Mi interessa esserci quando Berlusconi chiede di far entrare aria fresca”.
E insomma Toti non ha la sprezzatura del ragazzino, non è bullesco con il vecchio gruppo dirigente che fu del Pdl e che ancora si lecca le ferite, che lo osserva con diffidenza, che teme la renzizzazione di Forza Italia e ha assunto un tono sorprendentemente rivendicativo nei confronti del Sovrano di Arcore. In questo piccolo marasma d’inquietudini cortigiane, Toti tronca, sopisce, ma non rinuncia: ha un sorriso d’apprezzamento e di simpatia per Raffaele Fitto e per Denis Verdini, ma poi con grazia sa anche estrarre la parola magica e permanente: “Rinnovamento”. E dunque, questo ormai ex direttore rivela un certo uso di mondo, persino una dimestichezza con gli infingimenti e le delizie del potere, abilità e consuetudine che Toti deve aver consolidato nella grande casa madre chiamata Mediaset, dove si reclutano ufficiali e cadetti. Riesce dunque a indovinare accenti veritativi, così rari: “Ogni partito si rinnova con le meccaniche proprie del suo Dna. L’ultimo congresso di FI si è svolto nel ’98, i parlamentari sono stati eletti col Porcellum, tutte le scelte in tutti i ruoli sono state di Berlusconi e solo sue. Ed è lui il motivo per cui gli elettori hanno scelto Pdl o FI”.
Dice: “E’ manicheo contrappormi a Fitto, che è stato un bravissimo ministro, un dirigente amato e che deve continuare a esserlo”. E la sua non suona come l’untuosità di una carezza insidiosa rivolta ai colleghi e forse avversari preoccupati, alla tribù promiscua del Cavaliere, ai campieri di Forza Italia, agli ex ministri e alla vecchia guardia. Ma le parole misurate, e dal ritmo morbidamente algebrico di Toti hanno il sapore lieve, eppure dal solco profondo, d’una dichiarazione ponderata che riflette la furbizia avvolgente del berlusconismo prima maniera, quel modo di vivere la vita e la politica spesso come un equivoco ma più spesso ancora come un fatto semplice, e democristianamente pacifico (anche nei confronti dell’ex Delfino Alfano). Eppure Toti non si presenta nemmeno come un inerme stinco di santo pronto per la promozione a reliquia. Nel partito un ruolo vuole averlo, anzi, lo ha già: “La persona a fianco di Berlusconi”.